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giovedì, novembre 01, 2007

Ancora una volta vince Cuba

Siamo alle solite. Come accade ormai da anni la stragrande maggioranza degli Stati membri dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato il blocco economico imposto dagli Stati Uniti d'America a Cuba e ha approvato una risoluzione che ne chiede la fine.
I fatti. La richiesta dell'assemblea è sempre la solita: la fine del bloqueo Usa a Cuba che secondo recenti dati emanati dall'amministrazione dell'Havana avrebbe causato all'isola perdite per miliardi di dollari. Sono più di 45 anni, era il 7 febbraio 1962, che il bloqueo impedisce a Cuba ogni tipo di operazione economica internazionale. E come accade tutti gli anni i paesi che si sono rifiutati di dare una mano a Cuba sono gli stessi di sempre: gli Usa, Israele, Isole Marshall e Isole Palau (due minuscoli arcipelaghi nell'oceano Pacifico che hanno deciso di farsi amministrare a tutti i livelli dallo Zio Sam). Astenuta la Micronesia. E se da un lato per il cancelliere cubano, Felipe Perez Roque, il blocco imposto dagli Usa è “il principale ostacolo per lo sviluppo di Cuba”, c'è anche da dire che la risoluzione votata da 184 stati membri dell'Assemblea non è assolutamente vincolante. Dunque gli Usa e i suoi tre fedelissimi alleati potranno continuare ad averla vinta. Lo stesso presidente Usa, George W. Bush, aveva fatto sapere che le sanzioni sarebbero andate avanti fino a quando “il regime manterrà il suo monopolio sulla vita politica e economica del popolo cubano”.
Storia che si ripete. Negli ultimi sedici anni è stato un crescendo continuo di adesioni e di solidarietà nei confronti di Cuba. Dal 1992, infatti, l'Assemblea ha sempre votato in favore della revoca delle sanzioni. E anche questa volta la nota emessa è chiarissima e invita “Gli Stati che hanno e continuano a applicare queste leggi e questi provvedimenti a prendere misure appropriate per revocarle o invalidarle al più presto possibile”. Ma sembra che i “quattro” facciano orecchie da mercante tutte le volte che l'Assemblea Onu condanna il loro comportamento.
Felipe Perez Roque non è stato di certo tenero con gli Usa. Durante il suo discorso ha ricordato che la decisione d'imporre le sanzioni contro l'isola è “una violazione continua e sistematica dei diritti del popolo cubano”. Inoltre ha ricordato le parole dell'ex presidente Usa Eisenhower che nel 1962 impose il bloqueo contro la libertà dell'isola, che pretendeva di far arrivare alla fame e alla malattia la popolazione cubana. Dunque la brutale guerra economica che va avanti da 16 anni e che vede protagonisti Usa e Cuba anche per quest'anno non si fermerà. Saranno milioni i cubani che soffriranno per questo. E se da un lato è vero che è una guerra combattuta senza armi, bisognerebbe anche provare a verificare se i danni da lei causati sono ugualmente devastanti.

sabato, ottobre 27, 2007

Birmani in fuga

Quel che raccontano i media
Organizzazioni internazionali come il Programma alimentare mondiale o Human Rights Watch lanciano appelli perché si intervenga contro il regime birmano che sta riducendo un Paese potenzialmente ricco alla fame. Intanto però i media del regime ci proponevano ieri le immagini della povera capofila dell'opposizione democratica, Aung San Suu Kii. La nobel per Pace 1991 era costretta a fare da specchietto per le allodole a beneficio dei fotografi in un incontro con il ministro per il lavoro e i rapporti con l'opposizione. Il militare Aung Kii, pupazzo della Giunta, viene spesso utilizzato dai dittatori per dare una faccia presentabile del regime. Subito dopo è arrivata la prima concessione del regime: 70 detenuti imprigionati durante le rivolte represse col sangue il 25 settembre, sono stati rilasciati. Tra di loro, 50 sostenitori della Nld (National League for Democracy) di Aung San Suu Kii. Anche il decano del partito, Hla Pe, era tra gli scarcerati, tutti detenuti fino a quel momento nei campi di detenzione straordinaria costruiti apposta ad Insein, un quartiere dormitorio a nord dell'ex capitale Rangun. Un segnale di spiraglio aperto verso le trattative.

La realtà del Paese: fame
“Almeno 5 milioni di persone soffrono la fame e troppi abitanti contraggono malattie e vivono in povertà” denunciava la scorsa settimana a Roma il Programma alimentare delle nazioni Unite (Pam o Wfp). Il direttore per l'asia Tony Banbury, esortava i militari a “intraprendere "riforme immediate e importanti a beneficio delle persone disperatamente povere e bisognose” del Paese, dove il Pam sfama 500mila persone. “In uno Stato così pieno di risorse come la Birmania nessuno dovrebbe soffrire la fame, e invece sono milioni” ha detto Banbury, di ritorno da 14 giorni nel Paese. Le persone bisognose di assistenza umanitaria secondo l'Onu sarebbero milioni, ma i militari non permettono l'accesso a intere aree del paese: un desolante quadro dello sfacelo della politica pianificata da socialismo reale dei militari, che hanno portato al disastro “una economia che era tra le 3 più forti e promettenti d'Asia nel 1948, anno dell'indipendenza”.

La realtà: deportazioni
E secondo il rapporto annuale dell'associazione (sede a Bangkok) 'Thailand Burma border Consortium' (Consorzio della frontiera Birmano thailandese), ci sarebbero almeno 503mila sfollati interni al momento nel paese sotto dittatura, almeno nei siti censiti. Il Tbbc ha effettuato ricerche soprattutto negli stati dove la Giunta combatte gli indipendentisti delle etnie ribelli, come gli Shan i Karen, i Mon i Chin e i Karenni, per trovare che 99mila sfollati erano recenti. Gente che scappava alle persecuzioni anti monaco scatenate dalla repressione violenta del 25 settembre. Altri 109mila si erano rifugiati secondo indicazioni fornite dai militari secondo piani preordinati. Questi ultimi rientrano in un piano preordinato della giunta per spopolare le regioni ribelli. E infine altri 295mila sono sfollati in aree controllate da gruppi armati che hanno patteggiato un cessate-il-fuoco con la Giunta, con la quale combattevano fino a poco prima.

La realtà: rifugiati
Molti di questi sfollati, secondo anche il rapporto periodico della ong Human Rights Watch, sezione Asia, sono dovuti scappare a seguito di pressioni dei militari che volevano sgomberare aree oggetto di speculazioni economiche, come sfruttamento di miniere d'oro, o costruzione di dighe o intere centrali elettriche. E' il caso del Fiume Salwin nella zona dei nativi Karen, lungo il confine con la Thailandia, dove i militari stanno svuotando i villaggi per inondare le vallate e costruire alcune dighe commissionate dall'autorità thailandese per l'Elettricità. I campi che costeggiano il confine Thai dove da oltre 20 anni venivano accolti i rifugiati birmani sono circa 10, casa per una sfortunata generazione di 150mila birmani. Come se non bastasse, il governo di Bangkok gioca a scaricabarile con il destino di questi sfollati: in gennaio ha chiesto all'alto Commissariato onu per i rifugiati d'interrompere ogni procedura per l'assegnazione dello status di rifugiato. Il risultato è che gli ultimi arrivati non possono vedersi riconosciuti rifugiati per mesi o anni, rimanendo esposti “ai soprusi dei poliziotti thailandesi” sostiene Human Rights Watch, che li minacciano di rimpatrio in Myanmar.
Come i circa 500 rifugiati delle tribù Shan che hanno dovuto abbandonare i loro villaggi lungo il fiume Mekong, ma non possono entrare in uno dei 4 campi profughi allestiti per gli Shan nella provincia thai di Chiang Rai, perché agli Shan non viene più garantito automaticamente nessun rifugio.

venerdì, ottobre 19, 2007

BIH: Le madri vegliano ancora

Avevano scelto una giornata come un'altra per recarsi in visita al memoriale di Potocari. Un giorno qualunque, per non dare troppo nell'occhio. Ma non erano visitatori come gli altri, e non sono passati inosservati a Srebrenica, dove il ricordo della strage del luglio 1995 è ancora impastata alla stessa terra che si calpesta.

Una ferita ancora aperta. Ed è così che un gruppo di dodici olandesi, tutti ex caschi blu delle Nazioni Unite, impiegati nell'enclave musulmana nella zona serba della Bosnia – Erzegovina, si sono trovati di fronte un picchetto di contestatori che gli ha impedito di entrare nel memoriale dedicato alle 8mila vittime di quella strage. Nove di loro erano proprio a Srebrenica durante i giorni dell'orrore, quando i militari e i paramilitari serbi, agli ordini di Ratko Mladic, arrivarono in città. Srebrenica era stata dichiarata 'zona protetta' dalle Nazioni Unite, ed erano proprio gli olandesi a dover vegliare sulla vita dei musulmani. Ma non è andata così, e i caschi blu non hanno voluto o non hanno potuto opporsi alla razzia compiuta dagli sgherri di Mladic. Gli uomini, dai 14 ai 65 anni, furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per procedere allo sfollamento. Invece vennero barbaramente massacrati senza pietà. I loro cadaveri, almeno quelli che è stato possibile recuperare, riposano proprio a Potocari.
''Non li faremo entrare, non lo meritano'', ha commentato Munira Subasic, leader dell'associazione delle Madri di Srebrenica, che raggruppa tutte le madri, mogli, sorelle delle vittime del massacro, molte delle quali aspettano ancora, dopo dodici anni, un cadavere sul quale piangere. E che non hanno avuto neanche la consolazione della giustizia, visto che i due principali responsabili della strage, Radovan Karadzic e Ratko Mladic, rispettivamente presidente e capo militare dei serbi di Bosnia, sono ancora latitanti.

Non c'è pace senza giustizia. La rabbia di queste persone, e sono tante (visto che solo 2mila salme sono state recuperate), ha reso intollerabile il progetto dell'associazione Pax Christi e del Kamp Westerbook Memorial Center di organizzare la prima visita degli olandesi sui luoghi della tragedia dalla fine della guerra in Bosnia.
Intollerabile perchè le famiglie di Srebrenica accusano ancora oggi i caschi blu di non aver protetto la popolazione civile. Nel 2002, al termine dell'inchiesta dell'Istituto olandese per la documentazione della guerra, l'allora premier olandese Wim Kook si dimise con tutto il suo governo. Il rapporto inchiodava alle loro responsabilità sia il governo olandese che le Nazioni Unite. ''La comunità internazionale è anonima e non può assumersi le sue responsabilità, io posso e lo faccio'', dichiarò Kook dimettendosi.
Il 4 dicembre 2006 però, il ministero della Difesa olandese riconobbe ai militari olandesi impegnati a Srebrenica un'onorificenza per il coraggio dimostrato in quell'occasione. La circostanza causò l'indignazione degli abitanti dell'enclave musulmana e dell'opinione pubblica internazionale.
Oltre a impedire ai militari olandesi di visitare il memoriale, i contestatori hanno chiesto ai 12 ex caschi blu di dare un segnale vero di pentimento, aiutando i ricorrenti nella causa che i sopravvissuti di Srebrenica hanno intentato conto il governo olandese e le Nazioni Unite. Perchè mai come a Srebrenica è vero l'adagio per il quale non c'è pace senza giustizia.

GB: Solidarnosc d'Inghilterra

Per la prima volta, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, la Gran Bretagna avrà un sindacato esclusivamente costituito da lavoratori stranieri.
Duecentomila polacchi. La creazione di sezioni sindacali polacche delle notorie Trade Unions inglesi a Glasgow e Southampton rappresenta un fondamentale passo per contribuire all'abbattimento delle barriere tra lavoratori immigrati e lavoratori inglesi. Di pari passo all'aumento del flusso migratorio, in special modo dall'Est Europa, in Gran Bretagna si è anche verificato un incremento dei datori di lavoro che sfruttano l'ignoranza dei nuovi arrivati circa le leggi sull'impiego, sottoponendoli a condizioni di lavoro discriminatorie e sottopagadoli. Sono 200 mila i lavoratori polacchi ufficialmente registrati nel Regno Unito, ma il loro numero è sicuramente molto più alto. Adesso le Trade Unions, in particolar modo quelle relative ai settori del catering, della sicurezza e dell'edilizia, hanno registrato un improvviso picco nelle iscrizioni. "Non basta più - ha detto il segretario generale delle Trade Unions, Brendan Barber - pensare solo al modo tradizionale di organizzazione del lavoro. Dobbiamo anche considerare come può il sindacato raggiungere i lavoratori vulnerabili e fare in modo di rispettare i loro diritti".
Mobilitazione per i diritti dei lavoratori. I polacchi avvertono un senso di smarrimento al momento del loro arrivo in Gran Bretagna. Alcuni lavoratori reclutati dalle agenzie vengono pagati appena 180 euro alla settimana. Gli affitti si aggirano in media sui 120 euro. I polacchi sono spesso sfruttati sul luogo di lavoro. Un cameriere a Southampton ha denunciato che i datori di lavoro del suo ristorante prendevano una percentuale su tutte le mance e che il giorno di Natale o di altre festività non veniva retribuito come lavoro straordinario. Ross Murdoch, funzionario del sindacato, non si è quindi stupito quando, durante un incontro pubblico con i lavoratori polacchi, se ne è visti arrivare 150 invece dei 20 previsti. La richiesta per migliori condizioni di lavoro è stata così pressante che in pochi giorni si è formata una sezione del sindacato dedicata esclusivamente a lavoratori polacchi, e simili progetti sono in corso di realizzazione a Swindon, Slough e Brighton. Altri gruppi a Bristol, Londra e nell'East Anglia hanno contattato le Trade Unions per informazioni e assistenza. Funzionari sindacali britannici hanno preso contatti con gli omologhi polacchi e la segreteria regionale del Nord-Est delle Trade Unions ha invitato un membro di Solidarnosc per offrire assistenza sui diritti dei lavoratori. Quest'ultimo sindacato nacque in Polonia negli anni '80, e in Gran Bretagna fu considerato l'emblema dell'anti-comunismo. Adesso, i polski d'Inghilterra sperano che i valori di giustizia e solidarietà diffusi dal sindacato polacco durante il governo del generale Jaruzelski possano venire esportati anche nella liberale e democratica terra britannica.

Turchia: Il Parlamento turco autorizza i militari a intervenire nel Kurdistan

Con una larghissima maggioranza, 507 voti a favore e 19 contrari, il Parlamento turco ha approvato la mozione del governo che autorizza i militari a intervenire nel Kurdistan iracheno per stroncare la guerriglia indipendentista del Pkk (Partito dei lavoratori curdi). Il Premier turco, Recep Tayyip Erdogan, ha spiegato che il via libera della Camera non implica l'avvio automatico e imminente di una campagna militare su vasta scala, e che le opzioni diplomatiche rimangono aperte. Le reazioni internazionali alla decisione del Parlamento turco, prima tra tutte quella di Washington, non nascondono tuttavia la preoccupazione che un eventuale sconfinamento in Iraq dell'esercito turco possa provocare una pericolosa destabilizzazione dell'area. Un timore dettato soprattutto dal fatto che la Turchia costituisce uno snodo logistico fondamentale per la guerra americana all'Iraq. Da qui transita il 70 percento dei trasporti cargo aerei diretti nel Paese mediorientale.
Invito alla moderazione. Il presidente americano George W. Bush ha chiarito ieri ad Ankara che "non è nel suo interesse inviare truppe nell'Iraq del nord" e che "esiste un modo migliore per risolvere il problema". Bush ha anche fatto riferimento alla risoluzione della Commissione Esteri della Camera degli Stati Uniti sul genocidio degli armeni (che il Congresso è chiamato a discutere prossimamente) definendola "controproducente". "Una cosa che il Congresso non dovrebbe fare - ha detto Bush - è voler metter mano agli eventi storici dell'Impero Ottomano". Con la mozione, la Commissione vorrebbe che il massacro di 1,5 milioni di armeni da parte dell'Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale venga definito "genocidio". Una decisione che la scorsa settimana ha scatenato l'ira e la condanna del presidente Abdullah Gul, che ha definito 'inaccettabile' il documento e messo in guardia sul possibile deterioramento dei rapporti Turchia-Usa.
Autonomia. Il Primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, ha incontrato Erdogan, offrendo la propria collaborazione e gli 'strumenti adeguati' per "impedire le azioni dei terroristi del Pkk", mentre il leader siriano Bashar Assad, in visita in Turchia, ha manifestato il sostegno del suo Paese al "diritto di Ankara di intraprendere le giuste azioni contro qualsiasi attività terroristica". Il governo autonomo del Kurdistan iracheno, oltre a negare di fornire sostegno al Pkk, ha fatto invece sapere che ogni intervento turco nella loro regione è illegale. Nonostante vi sia già un accordo, siglato a fine settembre, tra Ankara e Baghdad, l'Iraq non ha mai pianificato la dislocazione di truppe nel Kurdistan iracheno, lasciando alle autorità regionali la gestione del problema. I ribelli del Pkk combattono dal 1984 per l'autonomia delle regioni sud-orientali della Turchia, a maggioranza curda. Decine di campagne militari nell'area non sono riuscite a eradicare la violenza della guerriglia, che ha provocato migliaia di morti dall'una e dall'altra parte.
Quali 'strumenti'?
Malgrado gli appelli internazionali alla moderazione, la mozione approvata dal Parlamento turco potrebbe aver sancito la fine di una politica nella quale le ragioni - e le pressioni - dell'Alleanza Atlantica hanno sinora prevalso sulla tentazione di un uso massiccio della forza. Per averne conferma occorrerà verificare, nell'annunciata cooperazione con Baghdad, se gli 'strumenti adeguati' per risolvere il problema curdo saranno proprio quelli che gli Stati Uniti temono. Strumenti il cui utilizzo Washington ha sempre negato ad Ankara, opponendosi ad ogni intervento esterno, nello sforzo sempre più arduo e disperato di stabilizzare l'Iraq.

Bolivia: Gonzalo Sanchez de Losada accusato di genocidio

Genocidio, omicidio, lesioni gravissime e lievi, privazione della libertà. E ancora: vessazioni, tortura, attentato alla libertà di stampa, perquisizioni e sentenze contro la legge. Sono questi i capi d'imputazione che il magistrato boliviano Milton Mendoza ha emesso contro l'ex presidente Gonzalo Sanchez de Losada, conosciuto come Goni o il Gringo che ha governato nel paese andino dal 1993 al 1997 e dal 2002 al 2003.
I fatti
. Le accuse, pesantissime, se fossero confermate durante un processo potrebbero far rischiare a Goni fino a venticinque anni di carcere. Come lui altri otto ministri del suo (ex) governo e cinque capi militari rischiano il carcere. I fatti risalgono al 2003 quando Sanchez de Losada fece reprimere nel sangue le proteste popolari dettate dal malcontento generato dalla notizia secondo cui il gas naturale boliviano, in parte anche il petrolio, sarebbe stato venduto (o svenduto) agli Usa. L'iniziativa all'epoca era stata sviluppata dall'azienda spagnola Respol Ypf e dalla British Gas in collaborazione con la British Petroleum e con il benestare del presidente Sanchez de Losada. Oggi il progetto è stato chiuso in un cassetto e sicuramente, almeno fino a quando alla presidenza ci sarà il presidente Evo Morales, non sarà ritirato fuori. Il fatto, poi, che Washington avesse anche intenzione di utilizzare i porti cileni per portare a casa il gas boliviano aveva ulteriormente scatenato l'ira della popolazione. La paura di perdere le proprie risorse naturali e il fatto di doverle inviare verso i porti del “nemico” Cile fecero scatenarono davvero l'ira dei cittadini che a centinaia di migliaia si riversarono per le strade a manifestare per giorni. Bilancio, una sessantina (anche se in molti pensano che siano almeno 80) di persone ci rimisero la vita e centinaia rimasero ferite. Le proteste fecero in modo che Sanchez de Losada lasciasse l'incarico il 17 ottobre 2003 econ un elicottero scappasse negli Usa insieme a altri due suoi fedelissimi ex ministri Carlos Sanchez Berzain ex titolare del dicastero della Difesa e Jorge Berindoague ex ministro degli Idrocarburi. Al suo posto arrivò il vice presidente Carlos Mesa che giurò di non usare mai la forza contro i manifestanti per qualsiasi motivo. Oggi la magistratura boliviana ha iniziato le pratiche per la richiesta di estradizione di tutti i protagonisti della vicenda che si trovano sotto la “protezione” di Washington.
Gli Usa durante la crisi del 2003. L'amministrazione americana in quel periodo ha appoggiato in tutto e per tutto le decisioni di Goni, compresa quella di reprimere nel sangue le manifestazioni. Era stato chiarissimo in quel tempo Richard Boucher, portavoce del dipartimento di Stato che aveva detto: "Non tollereremo nessuna rottura dell'ordine costituzionale e non appoggeremo nessun regime che si affermasse con mezzi non democratici”. Nel corso degli anni, inoltre, il governo americano aveva anche contribuito all'addestramento alla Scuola delle Americhe di dittatori feroci come Hugo Banzer, capace di seminare terrore e morte in tutta la nazione. Forse anche per questo motivo gli Usa decisero nel 2003 di non intervenire direttamente nella crisi del gas essendo considerati un nemico da combattere ed essendo identificati come la massima espressione del neoliberismo, male incurabile per le società povere come quella boliviana. Moltissimi analisti durante tutto il 2003 fecero studi sulla situazione del paese andino venendo a scoprire un forte sentimento anti Usa univa la maggior parte della popolazione boliviana. Il popolo boliviano che manifestava per le strade delle città era composto da cocaleros, operai, minatori, indios e gente comune tutti convinti che lo strapotere esercitato dalle multinazionali (molte delle quali targate Usa) fosse la causa della povertà del Paese (seconda solo alla miserabile Haiti).

Pakistan: sale il bilancio dell'attentato, sono 139 le vittime dei terroristi

KARACHI - Si è ulteriormente aggravato il bilancio dell'attentato avvenuto ieri in Pakistan in occasione del rientro in patria dell'ex primo ministro Benazir Bhutto dopo otto anni di esilio volontario. Le vittime, secondo l'ultima stima che arriva da Karachi, sono 139, molte delle quali agenti di polizia, mentre i feriti sono oltre 550. Confermata invece la notizia che il bersaglio dei terroristi, la signora Bhutto, è rimasta illesa. In queste ore anche la dinamica dell'attacco è stata ricostruita con maggiore precisione. Una prima granata è stata lanciata contro la folla e un kamikaze si è fatto esplodere a pochi metri dal veicolo blindato a bordo del quale la Bhutto stava recandosi, con centinaia di migliaia di sostenitori, dall'aeroporto internazionale della città al mausoleo del padre della patria Muhammed Ali Jinnah. Lì l'ex premier avrebbe dovuto tenere il suo primo discorso dal rientro in Pakistan. "Sembrava di camminare per un mattatoio, i cadaveri giacevano al suolo intatti, ma altri erano completamente smembrati", hanno raccontato alcuni giornalisti presenti sul posto. La Bhutto, 54 anni, è stata portata "sana e salva" nella residenza di famiglia a Bilawal sul lungomare a Karachi. Secondo il capo della polizia cittadina, Azhar Faruqi, si è trattato di un'operazione "preparata con molta cura e realizzata da un esperto". Un collaboratore dell'ex premier che si trovava insieme a lei a bordo del camion, Rehman Malik, ha raccontato che la deflagrazione è avvenuta mentre la Bhutto stava riposando all'interno dell'abitacolo, sormontato da una piattaforma mobile per permetterle di sporgersi a ricevere l'omaggio dei sostenitori.
L'attentato è stato condannato da vari Paesi e dalle Nazioni Unite. La Bhutto ha chiesto la destituzione del capo dei servizi segreti pachistani. L'attacco suicida, finora senza rivendicazioni, è stato condannato dal presidente pachistano Pervez Musharraf, come un "complotto contro la democrazia". Il generale, al potere da otto anni con un colpo di Stato militare incruento, ha concordato con la Bhutto un patto di spartizione del potere, voluto da Washington, che dovrebbe portare il Paese verso la transizione democratica. In un'intervista televisiva da Dubai, il marito della Bhutto ha accusato una parte dei servizi segreti pachistani di aver perpetrato la strage. "Noi - ha detto - accusiamo un'agenzia dei servizi ed esigiamo un'azione nei suoi confronti. Questo attentato non è stato fatto da combattenti islamici, ma da questa agenzia di spionaggio", ha affermato Asif Ali Zardari alla rete televisiva Ary One.


(La Repubblica, 19 ottobre 2007)

venerdì, settembre 28, 2007

La CISL contro la violenza e la dittatura in Birmania

La Birmania è un paese martoriato da decenni di violenta dittatura, che ha imposto l’arbitrio come legge e come modalità di governo. Un paese che ha raggiunto il triste primato di essere il primo produttore di metanfetamine al mondo, il secondo per produzione di oppio, il primo per bambini soldato e per la presenza di lavoro forzato.
Inoltre il Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, da ormai 12 anni, è costretta a durissimi arresti domiciliari, mentre oltre mille prigionieri politici, sono vittime di torture ed abusi durante la detenzione, a causa dei quali molti hanno perso la vita.
Il regime militare inoltre si rifiuta di avviare un serio dialogo tripartito con procedure e scadenze condivise con tutte le parti interessate, a partire dalla Lega Nazionale per la Democrazia e le organizzazioni delle nazionalità etniche, ed ha lanciato un inaccettabile processo di "Convenzione Nazionale" per una costituzione, che manterrebbe il potere nelle mani dei militari.
Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono tutt’ora costretti al lavoro forzato, da parte sia dei militari, sia delle autorità locali, e sono spesso obbligati alle deportazioni forzate, mentre sono comuni la detenzione e le esecuzioni, torture, stupri, utilizzati come mezzo di potere.

Continua la repressione di tutti i fondamentali diritti umani e sindacali. Gli attivisti del lavoro, le loro famiglie, amici e conoscenti vengono costantemente arrestati, torturati e condannati a pesanti pene detentive, mentre Il regime militare ha dichiarato il sindacato birmano FTUB una organizzazione terroristica.

Accanto alle violazioni dei fondamentali diritti umani e del lavoro si aggiungono la gravissima violazione dei diritti ambientali con la distruzione ed il taglio illegale delle foreste di teak, il dissennato sfruttamento minerario, la costruzione delle dighe sul fiume Salween, che ridurranno alla povertà oltre 500.000 contadini e pescatori danneggiando irrimediabilmente il delicato ecosistema locale.

Poiché tutte le principali attività economiche e produttive sono in mano o sono controllate dal regime militare o dallo stato, l’ILO ha approvato nel 2000 una Risoluzione che chiede a tutti i governi, agli imprenditori e alle organizzazioni sindacali: "di rivedere i loro rapporti con la Birmania e di adottare le misure appropriate affinché tale paese Membro non possa trarre profitto da questi rapporti, per perpetuare o sviluppare il sistema di lavoro forzato. A causa della persistenza del lavoro forzato, tale risoluzione è stata integrata dalla richiesta ai governi di introdurre ulteriori misure, ivi compreso nei confronti degli investimenti diretti esteri e dei rapporti con le imprese birmane statali o di proprietà di militari".

chiediamo

alle imprese italiane che hanno rapporti commerciali con la Birmania e alle multinazionali, a partire da quelle impegnate nel settore forestale, petrolifero, del gas e minerario, nei progetti di costruzione di dighe ed infrastrutture - che comportano ingenti profitti per il regime, la violazione dei diritti umani, sindacali, ambientali - di sospendere i loro rapporti con questo paese, per non contribuire a rafforzare il potere della giunta, che continua ad utilizzare il lavoro forzato e la devastazione ambientale come fonte di potere;

agli enti locali, alle Regioni, al governo Italiano di impegnarsi attivamente per la attuazione della Risoluzione ILO nei confronti delle imprese e di istituire un sistema di disincentivi e di monitoraggio e rapporto regolare all’ILO, sul comportamento delle imprese;
di sostenere il rafforzamento della Posizione Comune dell’UE, inserendo nell’elenco delle imprese con le quali è proibito oggi promuovere accordi e collaborazioni economiche, anche le imprese di proprietà dello stato e dei militari, così come richiesto dal governo birmano in esilio e dall’ILO, a partire dai i prodotti del settore del legno;
di sostenere attivamente le organizzazioni democratiche e sindacali birmane e il governo in esilio;
di continuare a fare pressione per il rilascio immediato e senza condizioni del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi e di tutti gli altri prigionieri politici, in particolare di Myo Aung Thant; sindacalista dell’FTUB, condannato all’ergastolo;
di rifiutare il riconoscimento del processo di "Convenzione Nazionale" e la costituzione illegittima, predisposta dal regime, sostenendo invece l’impegno del movimento di opposizione democratica, per la promozione di una costituzione democratica e federale;
di sostenere attivamente il dialogo specifico nelle istituzioni EU, ASEAN Association of South East Asian Nations – Associazione delle Nazioni dell'Asia Sud-Orientale, ASEM Asia-European Meeting. e SAARC South Asian Association for Regional Cooperation – Associazione per la cooperazione regionale dell'Asia del Sud., e con i paesi più interessati, per spingere il regime militare ad avviare un efficace dialogo politico con la partecipazione di tutte le parti interessate: i gruppi etnici e la Lega Nazionale per la Democrazia, come condizioni indispensabili per l'istituzione di una vera e propria democrazia e dello stato di diritto;
di richiedere il pieno rispetto delle foreste della Birmania e delle comunità che le abitano;
di richiedere alle organizzazioni internazionali e regionali, comprese le istituzioni finanziarie, di interrompere i prestiti e qualunque altro progetto che coinvolga la Birmania, ad eccezione di quei casi specificamente previsti per la attuazione delle raccomandazioni dell’OIL e per la lotta contro HIV/AIDS, malaria e tubercolosi;
di lavorare per la adozione al Consiglio di Sicurezza ONU, di una Risoluzione, che costringa la giunta ad un tavolo negoziale per la democrazia con tutte le parti interessate a partire dall’NLD e dalle organizzazioni dei gruppi etnici.

società civile

la società civile è composta da quelle associazioni e movimenti che più o meno spontaneamente intercettano e intensificano la risonanza suscitata nelle sfere private di vita dalle situazioni sociali problematiche, per poi trasmettere questa risonanza, amplificata, alla sfera politica. il nucleo della società civile è costituito da una rete associativa che istituzionalizza - nel quadro di una "messa in scena" di sfere pubbliche - discorsi miranti a risolvere questioni d'interesse generale... una vitale società civile può svilupparsi solo nel contesto di una cultura politica liberale, nonchè sulla base di un'intatta sfera privata. essa può dunque fiorire solo in un mondo di vita già razionalizzato. in caso diverso sorgono dei movimenti populistici che difendono alla cieca le tradizioni ossificate d'un modo di vita minacciato dalla modernizzazione capitalistica.
(j. habermas)